Una tecnica poco usata: lo streamer – Greentime – 1988

Nel 1988 il panorama della pesca a mosca era ben diverso da quello attuale: lo streamer era conosciuto (erroneamente) soprattutto come mosca da salmoni ed erano rarissimi i pescatori che si avventuravano nelle nostre acque con questi grossi ami ricoperti di piume per lo più multicolori e di vittoriana memoria alla ricerca di predatori nostrani. Allora come ora, lo streamer era una tecnica di pesca estremamente efficace ma i più evitavano di parlarne: la conoscenza dell’universo alieutico di quegli anni era incentrata su tecniche che prediligevano i pesci insettivori ed erano pochissimi i pescatori a mosca disposti ad esplorare mondi diversi pur restando nella tradizione. Oggi i confini della pesca a mosca si sono allargati oltremisura mentre è in atto una sorta di diatriba su quali siano i limiti etici di questa tecnica. Sicuramente l’articolo non fornisce una risposta a tutti i quesiti sul tappeto. E’ semplicemente uno spaccato della realtà alieutica di 30 anni fa che può aiutare chi non ha avuto modo di conoscere quel tempo di farsi un’idea della evoluzione della pesca a mosca fino ai nostri giorni.


In Italia la pesca a mosca è nata ed è ancora oggi vissuta soprattutto come mosca secca.

Proporzionalmente, le divagazioni sul tema sono molto limitate e le tecniche oggi maggiormente usate sono, oltre la secca, la ninfa (o meglio, la sommersa con la pretesa di pescare a ninfa) e i popper, quest’ultimo grazie alla riscoperta delle qualità sportive del black bass.

Per quanto riguarda lo streamer quasi tutti sanno cos’è ma ben pochi lo sanno usare e ancora meno sono quelli che riescono a trarne un profitto costante. I motivi della sua mancata diffusione sono molteplici, ma prima fra tutti spicca l’errata convinzione che in Italia non esistono acque adatte per questo tipo di pesca, e tanto meno pesci convenientemente insidiabili.

Al contrario, quello che ci manca è la cultura di base sull’argomento ed una adeguata disponibilità di materiale idoneo a questo tipo di pesca. La maggior parte dei pescatori a mosca, infatti, si dedica allo streamer solo casualmente, quanto i pesci non bollano o comunque quando le altre tecniche non rendono, scegliendo addirittura zone d’acqua che non si prestano affatto allo scopo.

Lo streamer, si sa, fa leva sull’istinto predatorio del pesce stimolandone la curiosità, la rabbia o la fame. In effetti può essere paragonato – solo paragonato, si badi bene – al cucchiaino e proprio come questo offre risultati migliori in zone d’acqua ben determinate e poiché lo si usa prevalentemente per insidiare pesci di grosse dimensioni, bisogna farlo arrivare in quei punti in cui si ritiene di trovare prede idonee che ben raramente sostano a mezz’acqua o addirittura vicino alla superficie.

Ecco quindi la necessità di far uso di code di topo affondanti (di punta o totalmente), ed in alcuni casi anche artificiali appesantiti. La difficoltà maggiore consiste nel far “lavorare” l’esca facendola restare costantemente in profondità a dispetto dell’acqua della corrente. Difficile è anche riuscire a non perdere troppi artificiali, agganciandoli sul fondo o in qualche ostacolo sommerso che, a causa della profondità, non si riesce quasi mai ad individuare.

L’attrezzatura normalmente usata per pescare a mosca secca (coda del 4 o del 5, doppio fuso, galleggiante) è troppo leggera e l’esca, anche se appesantita, non riesce quasi mai ad affondare a sufficienza.

Canne potenti, quindi, con code adeguate (quasi mai comunque inferiori alla 7-8) e grossi artificiali. Sull’opportunità di appesantire o no lo streamer vi sono parecchi pareri discordi. La maggioranza tende per l’artificiale non appesantito, affidandosi alla coda di topo affondante per scendere verso il pesce e lasciare all’esca la massima vitalità.

Vi sono dei casi in cui, però, è indispensabile appesantire anche lo streamer (acqua velocissima, buche molto profonde…).

La pesca a streamer si pratica normalmente nei fiumi di buona portata in cui si può dare per scontata la presenza di grossi esemplari.

E’ comunque una tecnica che con qualche variante si può praticare anche nei torrenti di montagna. E’ necessaria, in questi casi, una coda di topo galleggiante (l’acqua, qui, è troppo bassa e veloce per poter usare una coda affondante, anche se di punta), un finale molto corto ed un’esca non molto grossa ma vistosa e pesante (su ami che vanno dal 10 al 4).

Molti affermano che è come pescare con una grossa ninfa invece che con uno streamer e sotto certi aspetti non hanno tutti i torti. La tecnica è molto semplice: si pesca a risalire – ma anche a scendere, sebbene affatto facile – e si lancia l’esca nelle zone più profonde e con l’acqua veloce mantenendo in tensione coda e finale per tutta la durata della passata verso valle ed impartendo all’esca anche dei movimenti ascendenti e discendenti.

L’attacco è quasi sempre fulmineo e molto brutale. E’ bene quindi non usare mai finali al di sotto dello 0.25. Uno dei posti migliori, ma anche più ardui da raggiungere, è rappresentato dalla zona retrostante una cascata. In altre parole, al di sotto dell’acqua che cade nella buca, direi “dentro” alla cascata.

In questo caso, l’artificiale deve essere molto pesante per poter affondare immediatamente non appena tocca la superficie dell’acqua perché la forza della corrente lo porta a valle subito ed invece bisogna dare il tempo al pesce di vederlo.

I colori più vivi e brillanti sono sicuramente i migliori (corpo in tinsel, in mylar, piume e peli di colori sgargianti). Un consiglio: evitate artificiali con le ali in piuma e optate per quelle in pelo. I vortici del torrente fanno quasi sempre aggrovigliare le piume intorno alla punta dell’amo rendendolo subito inefficace.

Nei grossi fiumi il lancio va fatto a monte-di traverso e si lascia scendere l’esca con la corrente impartendole movimenti di ogni tipo, perché sembri viva. E’ essenziale: l’esca DEVE MUOVERSI. Nei laghi, la pesca a streamer viene praticata quasi esclusivamente con canne molto potenti e code affondanti totalmente, con una spiccata preferenza per le “shooting taper” affondanti in modo da far arrivare l’esca ben sotto, e velocemente, alla superficie dell’acqua. A volte, però, soprattutto in presenza di “cacce” in superficie, si possono avere risultati molto buoni anche con code galleggianti ed artificiali leggermente appesantiti.

Quasi sempre, sul lago il lancio lungo è di rigore e quindi è necessario essere padroni della tecnica se si vuole avere una minima chance di successo.

Che altro si potrebbe dire su questa bella e difficile – anche se un po’ bistrattata – tecnica di pesca? Ben poco in uno spazio cosi limitato. D’altra parte non si può pretendere di condensare in poche righe quello che scrittori di chiara fama hanno esposto in fior di volumi. Chi però ne fosse veramente interessato, non ha che da chiedere. Sarà un piacere approfondire l’argomento.


Greentime – 1988

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