Ripopolamenti. Si. No. Forse…

Uno dei tanti argomenti con i quali ci si incontra/scontra oggi è l’utilità o meno dei ripopolamenti.

Inutile quindi dare in pasto alla folla altro materiale con cui cibare la propria voglia di “competenza” e diamo uno sguardo al passato di cui troppo spesso ci si dimentica e che potrebbe fornirci, in alcuni casi, qualche dato in più per una valutazione ponderata. 

Torniamo al 1900. I fiumi di quel tempo (siamo in Inghilterra, e più specificamente di chalk-stream ed ancora più specificatamente parliamo di Halford) cominciavano ad essere gestiti in maniera più restrittiva (sorvoliamo sulle motivazioni, che potranno essere oggetto di ulteriori approfondimenti). 

I “gestori” – che certamente non appartenevano al popolino – non operavano solo per diletto ma dovevano far quadrare i conti e cercavano in tutti i modi di rendere più attraente il loro fiume, o parte di esso.

Servono? Non servono? Sono stati versati ettolitri di inchiostro e di byte sull’argomento raggiungendo un solo scopo: quello di perorare la propria causa, spesso dettata da motivazioni economiche (pecunia non olet, dicevano gli antichi…), di immagine o di autopromozione.

Per attirare nuovi “clienti” (o soci) era indispensabile offrire un fiume densamente popolato di trote che si sarebbero potute (dovute…) catturare a mosca. Poiché i chalk-stream ospitavano, sì, salmonidi ma anche (e in numero considerevole) altre specie, queste ultime divennero oggetto di una caccia spietata. Erano soprattutto i lucci a farne le spese (colpevoli di cibarsi di trote, e non solo avannotti) contro i quali i “river keeper” erano autorizzati ad impiegare qualsiasi mezzo che portasse alla loro eliminazione. 

Una volta liberate le acque dalle specie infestanti (compito improbo e quasi mai completamente riuscito) si provvedeva al ripopolamento (sarebbe meglio definirlo “immissione”).

Nel 1891, per esempio, sul fiume Wylye (chalk stream dell’Inghilterra meridionale, con acqua limpida su fondo ghiaioso) prese il via una campagna di “epurazione” (di lucci) e di introduzione (di trote). Quattro anni dopo, erano stati prelevati 3.619 lucci e 13.056 altre specie diverse e vi vennero immessi 4000 esemplari di trota di 2 anni, 16.000 di 1 anno, 45.000 avannotti e 24.000 uova. Il fiume era passato da una situazione pressoché negativa ad una di massimo splendore (per il pescatore).

Ed ancora: a Mottinfont, sul Test, venne messo in atto (a partire dal 1903) un programma di taglio della vegetazione ed eliminati 800 lucci. Nel 1905 le trote presenti erano poche ma di grosse dimensioni a causa dell’incidenza dei lucci. Nel 1910 il problema predatori poter ritenersi sotto controllo con un numero di lucci molto ridotto ed un notevole incremento di trote.

La letteratura alieutica contiene molti altri esempi di questo genere che sottolineano quanta cura i gestori dei tratti interessati applicassero alle loro acque per soddisfare le esigente dei soci paganti.

Per quanto riguarda l’immissione di materiale “nuovo”, Halford evitava di introdurre esemplari enormi (al contrario di come spesso accade ai giorni nostri). Preferiva pesci sufficientemente grandi da potersi autogestire, solitamente della taglia minima consentita (o di poco inferiore), confidente del fatto che il pescatore, quello serio, non avrebbe esitato a rimetterli in acqua se non fosse stato sicuro che si trattasse di pesci della taglia richiesta. 

Si era, d’altra parte, nell’epoca Vittoriana, caratterizzata da un forte sentimento imperialista e l’uomo considerava il mondo animale qualcosa da sfruttare e da colonizzare come già stava facendo nei confronti dei paesi non europei. Se il fiume non era (più) in grado di offrire un certo numero di pesci, era ritenuto normale far sì che tornasse ad essere nuovamente “produttivo” con immissioni o ripopolamenti copiosi. Espressioni del tipo “secondo natura”, “equilibrio ecologico” o “biomasssa” e “capacità produttiva” non erano affatto in voga, in quel periodo (e neppure ai giorni nostri, in moltissimi casi…)

Halford, tuttavia, non era insensibile al problema ecologico al punto che in un suo libro (The Dry-Fly Man’s Handbook – 1913 – “Stocking” – The degeneration of the chalk-stream trout) si pose il problema dell’inquinamento genetico delle trote.

Come si vede, siamo di fronte ad una situazione non molto diversa da quella attuale e certamente ci sarà modo di affrontare nuovamente l’argomento. 

Sorprende, quindi, che non si sia fatto tesoro di queste esperienze nella gestione delle acque, continuando a perseverare negli stessi errori. 

Ma, si sa, acqua passata non macina più…