Imparare, basta volerlo / 1

Dedicato ai neofiti, perché non dimentico mai di esserlo stato anch’io, anche questo pezzo (molto lungo, tanto d’aver deciso di “spezzarlo” in tre articoli per evitare di annoiare il lettore) appartiene al passato. Era il 1980 (Consigli di Pesca, nr 53/54) e fra i miei compiti all’interno del Fly Angling Club di Milano (oltre alla Segreteria) c’era quello di “seguire” chi si avvicinava alla pesca a mosca dopo aver frequentato il corso di lancio. E’ un fatto veramente accaduto (solo i nomi degli allievi sono fittizi) in uno tanti piccoli torrentelli di montagna delle Alpi, caratterizzato da corrente forte, tutti salti e saltelli e buchette. Un ambiente totalmente diverso da quelli presenti nel Centro Italia ma non per questo più facile. Lo scopo è di incoraggiare i giovani a non considerare la pesca a mosca come qualcosa di difficile o eccessivamente complicata. Spero di esserci riuscito.


“Andate pure, il finisco il mio finale e vi raggiungo.”

Non era vero: era solo una scusante per vedere, con tutto comodo ed al “naturale”, come questi due nuovi amici di pesca si sapevano comportare su un torrente ripido e scosceso come quelli che ci trovavamo di fronte. Erano stati proprio loro a chiedermi di poter venire con me a fare una battuta su uno dei “miei” torrenti ed io avevo accettato di buon grado. Non volevo però far pesare loro la mia presenza diramando consigli a destra e a manca con chissà poi quali pretese. Ma visto che loro stessi mi avevano chiesto di metterli sulla buona strada (non era un anno che pescavano a mosca) preferii
dar loro una mano nel modo più impersonale possibile.

E sempre per questo motivo preferirei mantenerne l’anonimato chiamandoli semplicemente Primo e Secondo.

Cominciammo subito male. Entrambi si buttarono a capofitto sulla prima buchetta senza averla neppure studiata per un solo secondo. Primo si avvicinò alla buca con la coda al vento e ritto che sembrava il pennone di una bandiera, mentre il secondo, per paura che l’altro gli portasse via tutte le trote, aveva cominciato a fare dei lanci lunghissimi e disordinati con il risultato di prendere tutte le foglie ed i rami dei paraggi che,  a seguito degli strattonamenti per recuperare l’amo, finirono tutti in acqua.

“Qui non ce ne sono, Osvaldo, passiamo alla prossima?”

“Arrivo, arrivo, terremoti”. Li superai con quattro salti mentre erano indaffarati a recuperare le loro code di topo e m’acquattai carponi, per affrontare una buchetta infinitesimale distante sì e no una decina
di metri. “Non crederai di trovare pesci lì dentro, vero?” La bollettai. Fu il primo dei miei errori, proprio io, che avrei dovuto correggere quelli degli altri.

Per fortuna non era una trota enorme ma non avrei comunque potuto ritentarla perché l’avevo punta. Gli amici mi guardarono con occhi sbarrati ed increduli mi chiesero “Mica l’avrai vista??”. 

Mi limitai ad affermare che partivo sempre dal presupposto che in TUTTE ma proprio TUTTE le buche c’è un pesce. E se non lo prendo è perché l’ho fatto scappare. Mi presero per pazzo, forse, ma da quel momento cominciarono ad avanzare lungo il fiume in maniera più cauta.

La buca seguente era più grossa che piccola e qualcosa si muoveva. Niente più che dei deboli riflessi, qualche puntolino sull’acqua, come se vi cadessero dentro dei chicchi di riso.

Eravamo ancora lontani ed alla presenza di una trota più grossa (poco prima era saltata completamente fuori dall’acqua a prendere chissà che).

Secondo fece un lancio disastroso: il finale andò a sbattere sul naso dell’animale. Non conosco il turco e quindi non bestemmiai. Ma l’espressione del viso doveva essere sufficiente. Mi accucciai dietro al masso più grosso e gli sussurrai (forse esagerando la cosa) di non muoversi per nessun motivo. Anche Primo eseguì e restammo in posizione di marines per qualche istante. “Ci saranno ancora?” “Certo, non ci hanno visto. Bisogna aver pazienza, vedrai che la prenderemo se saremo più cocciuti di lei”. Non attendemmo però molto. 

Dopo qualche minuto Primo saltò su e… “Io vado avanti, non riesco a sempre nello stesso punto… sono come una trota, devo muovermi, devo…” “Se ti azzardi a buttare la mosca ancora in quella buca giuro che…” Si alzò mogio mogio con la coda in mano e la mosca agganciata all’anello. Accovacciato, si portò alla buca più avanti.

L’altro, restato con me, mi chiese se pensavo proprio di prenderla. “Questo non lo puoi mai sapere, neanche quando l’hai agganciata… ma se la lasciamo stare per un po’, forse…”

—-continua—-


Consigli di Pesca – Fly Angling Club di Milano – Settembre 1980

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