Il problema del colore – Greentime – nr. 20 – 11-05-1989

Una delle questioni più annose che da sempre dividono il mondo della pesca a mosca è quello del colore: la trota è daltonica oppure  riesce a distinguere i colori nelle loro sfumature? Chi ha ragione: quelli che sostengono a spada tratta la necessità di realizzare artificiali che copiano in tutto e per tutto il naturale, compresi quindi i riflessi, le tonalità, le screziature del corpo, delle zampe e delle ali, oppure quelli che danno al colore una importanza secondaria affermando che ancora prima vengono la delicatezza di posa e la silhouette dell’imitazione?

La tendenza generale sembrerebbe dare ragione ai primi, spiegando così il continuo proliferare di sempre nuovi modelli che si differenziano solo per dei piccolissimi particolari, soprattutto cromatici.

Questo modo di vedere è nato ed ha continuato a vivere con la storia della pesca a mosca arrivando a livelli che oserei dire di guardia. E gli autori di pesca, di ogni nazionalità, si sono profusi in opere quasi sempre eccellenti dal punto di vista entomologico e scientifico ma a volte di dubbio aiuto per il pescatore che si considera “pratico”.

La perfezione dell’imitazione si raggiunge con accurati studi di carattere scientifico, raccogliendo decide se non centinaia di esemplari di insetti, catalogandoli, fotografandoli, facendone album di immagini e di relazioni. Un lavoro enorme al quale deve andare, e va, tutto il nostro rispetto ed apprezzamento.

E’ difficile citare opere di riferimento in questo campo perché troppo numerosi sono gli autori che si sono dati la pena di questo impegno. Basti ricordare LaFontaine, che per realizzare il suo libro sulle Caddis (tricotteri) ha dedicato innumerevoli uscite alla ricerca e non alla pesca. Oppure Clark e Goddard, che nel loro “The Trout and the Fly, a New Approach” presentano delle eccezionali fotografie subacquee che molto ci dicono sulle loro osservazioni e sulla visione (supposta, giacché i pesci non ce lo hanno ancora confermato) delle trote.

Ed ancora Swisher e Richard, con il loro Selective Trout, nel quale affrontano i problemi legati alla pesca nei corsi d’acqua a corrente lenta, i chalk stream e gli    americani. E che dire di Schwiebert, con il suo monumentale Trout? E di de Boisset? di Ritz? di Skues? di Sawyer?…

Per contro abbiamo altri illustri pescatori che hanno spinto al massimo la riduzione del numero degli artificiali nella propria fly box: chi 5, chi 12 e chi addirittura una sola.

Oggi la tendenza del pescatore medio è maggiormente orientata verso l’esemplificazione. La diatriba professionisti-impressionisti non si è però assopita e sono molti quelli che più o meno giustamente ritengono che una eccessiva semplificazione sia deleteria per questo bellissimo sport.

Da una parte abbiamo quindi il perfezionismo puro spinto addirittura all’eccesso che basa la propria teoria sulla presunta capacita del pesce nel discernere i colori e addirittura le sfumature, Uno dei punto di forza  di questa teoria si rifà alla pesca con la camolera: spesso accade che il pesce decide di attaccare solo quelle camole con una certa tonalità di colore ignorando tutte le altre, anche quelle con una tinta similare. Questo prova, secondo la teoria del perfezionismo, che il pesce sa distinguere i colori e possiede una certa capacità di scelta.

Dall’altra parte abbiamo la pratica, la vita sul fiume, le conoscenze delle abitudini del pesce, l’esperienza. Non è necessario, allora, avere tutte quelle cognizioni tecniche e scientifiche per ingannare la preda: è sufficiente non farsi vedere dal pesce, eseguire un lancio ben fatto ed usare un artificiale che abbia almeno la parvenza di rassomiglianza con l’insetto naturale del momento. La teoria è molto semplice: come è possibile imitare alla perfezione degli insettini quasi impalpabili e così delicati con del materiale pur sempre cosi rozzo? E inoltre: se è vero che il pesce riesce a distinguere dei particolari così minuti, come può non accorgersi della presenza dell’amo?

Di una cosa bisogna imparzialmente dare atto ai “perfezionisti”: di fronte a pesci selettivi – indipendentemente dai fattori che li portano ad essere tali – il pescatore con l’artificiale giusto è sicuramente più avvantaggiato, E’ anche però vero che se si segue questa teoria bisogna avere con sé una miriade di imitazioni che ci mettano in grado di affrontare qualsiasi situazione e qualsiasi tipo di schiusa salvo sapere in anticipo quale sarà l’insetto che troveremo sul fiume in quella data giornata.

In pratica succede che su un corso d’acqua con corrente veloce, con giri e correntine di vario genere, e soprattutto non eccessivamente battuto dai pescatori, non ci saranno grossissimi problemi anche se utilizza un artificiale “approssimativo”.

Su altri corsi d’acqua con corrente uniforme e dalla superficie “a specchio”, magri frequentati da moltissimi appassionati, è l’artificiale giusto a farla da padrone.

Ci troviamo quindi di fronte a due realtà ben distinte una dall’altra: in tempi passati queste diverse teorie hanno creato dei veri e propri scompigli fra gli addetti ai lavori. La cosa più razionale è analizzare i fatti e soprattutto le proprie esperienze dalle quali trarre le debite conclusioni, Senza naturalmente trascendere in atteggiamenti ostili se non addirittura antagonisti che invece spesso si ha modo di riscontrare in certi ambienti.


Per gentile concessione di Greentime – Bologna – pubblicato su Caccia Pesca e Tiro a Volo – nr 20 del 11 maggio 1989

 

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