Etica sul fiume: non dimentichiamocela a casa…

Capita spesso, molto spesso, di sentire parlare di tecnica di lancio, di artificiali acchiappatutto, di canne iperboliche e poco, molto poco, di approccio in pesca.

Sembra che i fiumi siano popolati la super-lanciatori che sanno tutto sulla dinamica e sulla fisica del movimento e che ripetono sino allo sfinimento una sequela di lanci molto spesso molto simili fra loro se non per il “nome del lancio”.

Chi si avvicina alla pesca a mosca resta sempre molto affascinato dai paroloni o dai movimenti “impossibili”  e cercano – a volte con successo – di copiare questi “fenomeni del fiume” che si riversano sui “social” e cercano una soluzione alle loro scarse catture chiedendo a destra ed a manca di fornire una risposta ai loro insuccessi.

Quasi sempre la colpa delle scarse catture si riversa sulla mosca: la mia ha una hackle in più della tua, ecco perché non prendi… e poi la tua ha il corpo color verde bottiglia, mentre la mia ce l’ha verde bandiera… senza contare che hai usato il dubbing in pelo di coniglio, devi usare il pelo di topo-d’angora-himalaiano-nato-in-una-notte-di-pleninunio… 

Al contrario, capita molto raramente di vedere gente che, sul fiume, si comporta in maniera adatta alla situazione.

La prima cosa che fa la maggior parte dei pescatori a mosca è di fiondarsi in acqua, il più al centro del fiume possibile, e cominciare a lanciare lontano… lontano… come se i pesci fossero tutti sulla sponda opposta. Non si rendono conto – forse perché durante il corso di lancio nessuno glielo ha mai detto? – che i pesci non sono tutti “là”, ma sono anche “qua”…

La sequenza fotografica mostra come avvicinarsi al fiume in modo ben diverso da quello che si nota troppo spesso, seguendo una “filosofia di approccio”  coerente con una etica non invasiva:

  1. Arrivati sulla sponda del fiume, il primo suggerimento è di fermarsi, guardare ed osservare per individuare eventuali attività sopra o sotto la superficie o per cercare di localizzare il pesce. E’ importante evitare di compiere qualsiasi movimento brusco o troppo repentino, cercando di tenere la canna più bassa possibile in modo da evitare che entri (almeno in parte) nel “cono visivo del pesce“.
  2. Restando fuori dall’acqua, è bene per prima cosa tentare le possibili o probabili prede vicino alla sponda più vicina: posando la mosca proprio lungo la riva tenendoci a distanza dal fiume abbiamo ottime possibilità di sorprendere quelle che non hanno notato la nostra presenza (purché non ci sia avvicinati come una mandria di bufali impazziti…)
  3. Passiamo poi a tastare la parte un po’ più centrale del fiume, restando per quanto possibili fuori dall’acqua
  4. ed infine, se proprio non possiamo farne a meno o se notiamo un pesce non raggiungibile altrimenti, entriamo nel letto del fiume, cercando di non ararlo inutilmente.

A questo approccio molto semplicistico molti controbattono sostenendo la tesi “entro in acqua perché da fuori non ho spazio per lanciare”. Ottima considerazione che conduce subito ad una riflessione: “cosa significa saper lanciare”? Fare sempre ed ovunque il “tutto-coda”? Sbracciarsi a tutto tondo? Non sapere posare la mosca dietro un sasso? Non riuscire a superare una correntina?

Se “saper lanciare” significa posare la mosca a 25 metri in un luogo privo di ostacoli, con l’erba alle spalle rasata a pratino inglese, lungo un fiume privo di alberi e di ostacoli sia dietro sia davanti, la risposta può avere una sua valenza. Ma sappiamo tutti che non è cosi, quasi mai. E allora dobbiamo fare di necessità virtù ed affrontare il nostro fiume in maniera coerente, soprattutto consci del fatto che i pesci ci vedono e “sentono” ben prima che noi vediamo loro.

Ma poiché pescare non significa (o non dovrebbe significare) solo prendere pesci bensì farlo arrecando un disturbo minino all’ambiente, passiamo alla fase conclusiva. Siamo partiti dall’approccio al fiume, abbiamo finalmente catturato la nostra preda e ci accingiamo a liberarla. Ovviamente (si spera) le nostre mosche non hanno l’ardiglione e quindi basterebbe afferrare l’amo, ruotarlo verso l’alto senza neppure toccare il pesce e questi se ne va felice e contento.

Ma la nostra brama di possedimento ci insegna che “pesce non afferrato pesce non preso” e quindi tutti a fare foto da postare con il pesce in bella vista, strizzato a dovere, sollevato dall’acqua quando non posato sul ciotolo arroventato dal sole, tenuto forzatamente in pose che ne facciano aumentare la lunghezza, sostenuto a mo’ di Tarzan con tanto di canna sulle spalle…

Sarà ributtato in acqua, certamente, e questo è già un grosso passo avanti rispetto alla mentalità del passato. Ma… che senso ha tutto questo volersi far vedere? Tutto questo voler apparire più bravi? Peschiamo per noi, per un appagamento personale o per far vedere agli altri – soprattutto ai compagni di viaggio o sui social (ah… questa voglia far invidiare gli altri…) – la nostra fortuna/abilità? Che differenza fa fotografare il pesce tenendolo in acqua – nel guadino, sempre più obbligatorio ovunque?

Siamo riusciti a passare dall’amo con ardiglione a quelli senza, alla detenzione a tutti i costi ai tratti no-kill. Riusciremo a compiere un nuovo miracolo?

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